…ho scritto questo articolo. E’ incredibile come io non possa rileggere quello che ho scritto: non lo sento mio, lo odio. E non capisco perché. Forse perché non voglio assumermi le responsabilità di ciò che scrivo, oppure cresco e muto il mio pensiero così velocemente che ciò che scrivo un anno prima non mi rispecchia per niente, o forse più semplicemente sono talmente insicura da non riuscire mai a dire: wow, devo dire che non l’ho scritto male! E’ più forte di me, chi mi conosce sa quanto io tenda a buttarmi giù, sempre.

Vabbé, ora che ve ne ho parlato, se avete la curiosità di leggere ve lo incollo qui sotto.

A voi non capita mai di rileggere cose vecchie e faticare a riconoscere che è uno scritto vostro?

2007: Odissea nell’Ignoranza
di Florencia Di Stefano

Ottobre, mese dei primi bilanci e delle prime riflessioni sull’anno appena trascorso e su quello venturo. Ottobre, mese in cui l’autunno prepotente comincia a farsi spazio tra gli ultimi bagliori residui d’estate spensierata.Ottobre, mese in cui la programmazione televisiva ritrova la sua naturale regolarità (tanto per citare un famoso spot), regalandoci stagione dopo stagione perle di un cattivo gusto sconcertante, del calibro di “Buona Domenica”, “Uomini e donne”, “Amici”, che insieme ad altre vanno a comporre il preziosissimo e redditizio quanto letale collier dei reality show.

Ed è stato guardando una puntata di uno di questi splendidi prodotti, “La pupa e il secchione”, che molti dubbi hanno pervaso la mia mente.

Per quei pochi che non lo sapessero, il reality in questione è l’ennesimo esperimento televisivo dove un manipolo di scorfani laureati deve cercare di insegnare qualche nozione elementare a delle ragazze bellocce dal bagaglio culturale pari a quello di un clochard in metrò.

Sono rimasta sbigottita di fronte all’evidente difficoltà da parte di una concorrente nel credere che in Italia ci sia davvero una fantomatica regione chiamata Abruzzo, o nel riconoscere la fotografia del Duce scambiandolo per un pornoattore davanti ad una Alessandra Mussolini allibita (altro soggetto poco raccomandabile, non tanto in quanto donna politica, ma in quanto pedina consapevole di questa stucchevole fiera della banalità).

Mi è sorto un dubbio. Un dubbio atroce.

Ma davvero l’Italia sta andando così inesorabilmente a scatafascio (utilizzando un eufemismo)?

Cerco di aggrapparmi a qualcosa, di trovare un appiglio in questa landa desolata, e mi ritrovo a sfogliare la Costituzione - chi l’avrebbe mai detto che un testo redatto sessant’anni fa potesse essere così attuale? L’articolo 34 parla chiaro: “La scuola è aperta a tutti. [...] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto [...] ”

E allora, se la possibilità di studiare e di farsi una carriera è così facile come appare, perché all’alba del 2007 ci ritroviamo ad assistere al desolante spettacolo di un’Italia che annega nell’ignoranza più esasperata?

Le ragioni sono molteplici, e forse sono frutto di un meccanismo più profondo di quanto si possa credere: basti pensare che in fondo al giorno d’oggi nel Belpaese studiare non serve, per arrivare all’autorealizzazione università, master e stages sono superflui, esistono molte scorciatoie che portano più velocemente e senza troppi sacrifici all’obiettivo prestabilito.

Uomini di spettacolo mancati che si riscoprono scrittori (con i thriller “Io uccido” e “Niente di vero tranne gli occhi” Giorgio Faletti ha venduto milioni di copie in tutto il mondo), o artisti e icone di una generazione dal background culturale esiguo (Fabio Volo, scrittore di due libri, speaker radiofonico, attore di cinema, conduttore tivù ha il diploma di terza media) e che in video rivestono perennemente il ruolo del “scusate, passavo di qua per caso”: il vero problema è che l’istruzione è un diritto ed un dovere, ma qui, nel mondo occidentale, dove tutto è lecito e a portata di mano, se ne avverte solo il dovere.

Tanto è vero che in molti paesi in via di sviluppo la formazione cultural-professionale è vista come un diritto e come un’occasione di riscatto da un futuro altrimenti misero: esempio lampante è l’India, dove si assiste ogni anno ad una fuga di cervelli clamorosa, compiuta principalmente da giovani laureati informatici che data la scarsità di mezzi in madrepatria si vedono costretti a emigrare verso la Silicon Valley,o comunque verso realtà sicuramente più sviluppate.

Si tratta dell’effetto boomerang della nuova era: quanto più un Paese è ricco di tecnologia e di mezzi, quanto più dunque si avverte il benessere generale, tanto più la popolazione (in particolar modo le giovani generazioni) se ne sta in panciolle, passiva, ad aspettare che tutto venga loro consegnato come prodotto finito, come se tutto fosse dovuto.

L’Italia è dunque il far west dell’ignoranza straripante, l’oasi dei personaggi in cerca d’autore, la Repubblica delle Banane (parafrasando un noto gruppo musicale)?

Forse non del tutto. Vero è però che ci stiamo dando da fare per farla diventare così.